MASHA FEDELE

Come è cambiato il rapporto degli studenti con la conoscenza, il fallimento e l’immagine di sé

Come è cambiato il rapporto degli studenti con la conoscenza, il fallimento e l’immagine di sé

Negli ultimi anni, e in modo sempre più evidente dopo la pandemia, ho osservato una graduale trasformazione nell’approccio allo studio da parte di molti studenti.

Non credo si tratti semplicemente di minore impegno o di minore voglia di studiare. Credo che sia cambiata, più profondamente, la percezione stessa di che cosa significhi acquisire conoscenze e competenze.

Per molto tempo, chi voleva imparare qualcosa si affidava a un magister: a qualcuno al quale riconosceva, almeno in quel determinato ambito, una competenza superiore alla propria. Questo non significava accettare passivamente tutto ciò che veniva insegnato, ma riconoscere che l’apprendimento richiede un percorso, un metodo e, soprattutto, la disponibilità a lasciarsi guidare da chi quel percorso lo ha già compiuto.

 

Oggi questa relazione sembra essersi profondamente modificata.

La disponibilità immediata e pressoché infinita di informazioni che la rete è in grado di fornirci ha generato l’illusione che l’accesso alla conoscenza equivalga alla conoscenza stessa.

Posso cercare in rete. Posso interrogare un’intelligenza artificiale. Posso trovare una sintesi più breve, più semplice, più veloce. E quindi posso pensare di bypassare il docente, il libro, la lezione, il tempo necessario per comprendere e apprendere.

Ma trovare una risposta non significa possedere una conoscenza. E possedere un’informazione non significa aver acquisito una competenza.

 

A questo si aggiunge il modo in cui la tecnologia ha modificato la presenza stessa in aula. Oggi uno studente può essere fisicamente presente per mesi, seduto dietro lo schermo di un computer, senza che sia realmente possibile sapere quanto di quella presenza corrisponda ad ascolto, attenzione e partecipazione. Poi arriva l’esame e accade qualcosa che, per chi insegna, è sempre più frequente: ci si ritrova davanti un volto conosciuto, una persona vista a lezione per mesi, alla quale si pongono domande basiche su argomenti affrontati e ripetuti più volte. E si scopre che, in realtà, quella persona sembra sentirli per la prima volta.

Lo stesso accade con i progetti. Sempre più spesso vedo lavori costruiti senza una logica, senza una strategia, senza la capacità di spiegare perché sia stata fatta una scelta anziché un’altra. Elementi messi insieme per arrivare all’esame, non per dimostrare di aver compreso qualcosa.

Ed è qui che, a mio avviso, emerge la trasformazione più profonda.

 

È cambiata la percezione che molti studenti hanno di se stessi nel rapporto con la conoscenza. C’è una sorta di presunzione di poterla gestire a piacimento: prenderne un pezzo, saltarne un altro, sintetizzarla, delegarla, recuperarla all’ultimo momento. Non più apprendere in funzione di ciò che quella conoscenza potrà significare per il proprio futuro, ma utilizzare le informazioni necessarie per superare, di volta in volta, l’ostacolo che si ha davanti.

E se non funziona, si riprova.

 

Non mi riferisco alla capacità, sacrosanta, di accettare il fallimento e tentare di nuovo. Mi riferisco a qualcosa di diverso: al ripresentarsi allo stesso esame, magari a poche settimane di distanza, con lo stesso progetto insufficiente, senza averlo realmente ripensato, approfondito o migliorato.

Ed è questo l’aspetto che più mi colpisce: la progressiva scomparsa della paura di fare una brutta figura.

Una volta quella paura poteva certamente essere eccessiva e persino limitante. Ma conteneva anche qualcosa che oggi mi sembra sempre più raro: il senso della propria dignità.

La dignità di presentarsi davanti a qualcuno solo quando si ritiene di aver fatto il possibile. La dignità di non voler mostrare, una seconda volta, lo stesso lavoro che una prima volta era stato valutato come insufficiente. La dignità di sentire che il modo in cui ci si presenta, il livello del proprio lavoro e la serietà con cui si affronta un impegno dicono qualcosa di noi.

Oggi sembra essersi diffusa una logica diversa: provo. Se va, va. Se non va, riprovo.

 

E ciò che mi colpisce è la sostanziale noncuranza nei confronti della brutta figura. Perché, fintanto che questa rimane confinata in uno spazio privato, tra studente e docente, non modifica l’immagine che la famiglia e gli amici hanno di quella persona e, soprattutto, non sembra scalfire l’immagine che quella persona ha di se stessa.

Non sto dicendo che dovremmo tornare a una cultura della vergogna o dell’umiliazione. No. Sto dicendo che, per cambiare, occorre che ciò che ci accade riesca, almeno in parte, a metterci in discussione. Se un insuccesso non incrina mai la narrazione che abbiamo costruito su noi stessi, se non ci costringe a rivedere il nostro impegno, il nostro metodo o il valore del lavoro che abbiamo prodotto, non stiamo realmente riprovando: stiamo semplicemente ripetendo lo stesso tentativo.

Ma da dove deriva questa mancanza di coinvolgimento personale?

Forse anche dal nostro rapporto con la tecnologia mobile e con il mondo dei social, che ci hanno abituati a un gesto tanto semplice quanto potente: quando qualcosa ci disturba, ci annoia, ci mette a disagio o non corrisponde a ciò che vogliamo vedere, possiamo eliminarlo dal nostro campo visivo semplicemente scrollandolo via con un dito.

 

Scorriamo oltre un video che non ci interessa, una notizia che ci inquieta, un contenuto che ci infastidisce, per tornare rapidamente a qualcosa di più piacevole, più rassicurante, più accomodante. Senza alcun coinvolgimento. Senza dover elaborare ciò che abbiamo appena visto.

E forse, senza rendercene conto, abbiamo imparato a fare lo stesso anche con ciò che ci accade.

Scrolliamo via anche i nostri momenti di défaillance. Non li elaboriamo, non ci interroghiamo, non ci chiediamo cosa avremmo potuto fare o che cosa potremmo cambiare. Facciamo semplicemente scorrere tutto fuori dalla nostra narrazione, impedendo così al fallimento di produrre quella trasformazione che è alla base di ogni autentico processo di apprendimento.

Perché apprendere non significa soltanto acquisire conoscenze e competenze. Significa anche lasciare che ciò che ci accade ci modifichi, ci costringa a rivederci, a correggerci, a crescere, ad imparare. E se rinunciamo a questo processo, non è soltanto lo studio a perdere valore: a perdere siamo noi.

Masha Fedele

 

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